In Egitto la nuova rinascita economica; ma dov’è la Sicurezza?

L’Egitto ha sofferto più di altre nazioni l’avanzata dell’Isis diventando di fatto una delle terre di confine tra il mondo democratico e quello anti-democratico. Pur mantenendo tantissime contraddizioni nella gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza, lo stato delle grandi piramidi, sta uscendo dalla crisi che l’aveva colpito negli ultimi anni e i cantieri hanno ripreso a lavorare. Ma la sicurezza sui luoghi di lavoro è ancora lontana dagli standard occidentali ed ad oggi sembra più un miraggio nel deserto che una concreta strada da seguire.

Il mio viaggio parte da Giza e termina a Sharm El Sheik con l’intento preciso di dare supporto e capire secondo quali modalità, può essere sostenuto il lavoro degli operai, e sulle tecniche più idonee per poter insegnare e formare tutti, in merito alla salvaguardia della propria salute e sicurezza durante lo svolgimento delle attività lavorative.

La prima cosa che mi sono beato di osservare è l’imponente piramide di Cheope (la più grande e la prima, insieme a quella di Chefren ad avere le facciate lisce) e del tempio della Sfinge a Giza, maestose e, al contempo, intrise di fascino, mistero e storia. Al di là della loro bellezza, che chiunque vi si reca, non può far altro che constatare, il pensiero è subito andato alle condizioni ed alla vita che, l’immane numero di schiavi, hanno dovuto patire, per poter erigere quei monumenti che hanno resistito al tempo ed al vento.

L’architettura egiziana è nota in tutto il mondo poiché, oltre a rispondere a precisi requisiti funzionali, rappresenta il principale strumento con cui si afferma un’ideologia, in cui potere e religione si legittimano vicendevolmente.

Per lungo tempo, l’Egitto è stata la meta prediletta di moltissimi Europei, che ad un certo punto, circa 15 anni fa, ha subito una battuta d’arresto, a causa dei vari attentati terroristici dell’Isis in una Libia sempre più fuori controllo.

La paura si è estesa a macchia d’olio e, così, il crollo è stato inevitabile.  Con l’elezione del generale Al Sisi nel maggio 2014, però, l’Egitto sta tornando sulla scena internazionale e l’economia del paese sembra stia tornando sul sentiero della normalizzazione.

Questa nuova immagine di un Egitto stabilizzato e che è ripartito me la danno i numerosi cantieri e le numerosissime nuove costruzioni che sono sorte intorno a Sharm El Sheik.

Costruzioni, sia civili che turistiche, che vengono realizzate in maniera repentina, altre dismesse ed abbandonate. Ma come mai assistiamo da un lato all’erezione di nuove costruzioni ed all’abbandono di altre? Semplicemente perché il costo dei materiali e lo stipendio di un operaio sono nettamente inferiori ai costi di manutenzione.

Addentrandomi nei cantieri, scopro che, oggi come ieri, i principali materiali da costruzione sono: materiali di natura vegetale (canne, giunchi o fusti di papiro), l’argilla, che viene utilizzata come rivestimento o per confezionare mattoni che vengono cotti al sole, la pietra (calcarea o arenina, oppure granito o quarzite), attrezzature da lavoro e impalcature rudimentali, condizioni di lavoro che vanno al di là di ogni ragionevole condizione umana.

Il caldo è asfissiante, i lavoratori vivono in baracche costruite all’interno dei cantieri, polvere che il vento solleva incessantemente e che loro continuano a respirare… eppure li vedo sempre sorridere, li vedo lavorare duramente, senza tregua, perché al Cairo (la maggior parte di loro vengono da lì), le loro mogli e i loro figli li aspettano.

Sembra quasi, guardandoli, che il tempo si sia fermato, che nulla sia cambiato … eppure io ho visto un Egitto nuovo, un Egitto che ha voglia di crescere, un Egitto che ha voglia di cambiare faccia.

Tradizione e preghiera si mescolano tra le strade, nei cantieri, nei luoghi che inevitabilmente si permeano di quel fascino che ti cattura l’anima.

Non posso negare che, quando sono entrato nei cantieri con l’elmetto e le scarpe antinfortunistiche, mi hanno guardato come se fossi appena atterrato da Marte.

Ho stretto le loro mani, che consumate dal lavoro, stringono forte, ma non hanno mai visto una protezione.

Alcuni di loro hanno indossato i guanti che avevo portato con me, mi hanno ringraziato come se avessi regalato loro, chissà quale gioiello prezioso. Li hanno subito tolti, per non consumarli, meglio le mani, meglio una parte del corpo….

Molto di quello che ho visto, molto di quello che ho imparato mi ha consentito di ampliare ancora di più le mie vedute. Non è vero che sono uomini rassegnati, non è vero che tengono poco alla loro vita (d’altronde chi è quell’uomo che pensa che la propria vita non abbia valore?), non è vero che sono bestie da soma….

Possiamo fare molto per loro, possiamo far si che ciascuno di essi, proprio come noi, non troppo tempo fa, imparino a lavorare in sicurezza. Se ci pensiamo, anche noi, un tempo lavoravamo così.

Anche questo progetto della Fondazione (su cui stiamo lavorando) vuole essere, come gli altri, moltiplicatore di informazione ed educazione , affinchè anche questo bellissimo popolo possa finalmente abbracciare l’idea che “IL LAVORO NOBILITA L’UOMO”, NON LO ANNIENTA.

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