Quando gli assalti sono al caveau delle nostre emozioni

Al via il 2 febbraio 2019 il primo corso gratuito di difesa personale per le donne. Tenuto dalla campionessa mondiale di Muay Thai 2018 Anna-Marie Turcin a Villa Farsetti con il Patrocinio del Comune di Santa Maria di Sala in provincia di Venezia. Il corso è promosso e finanziato dalla Fondazione Asso.Safe in collaborazione con il S.I.A.P.; A.D.L.I., Top Safety e le associazioni Penelope e Passaggi a Nord Est.

 

La mia riflessione parte da lontano, parte dalla necessità del concepito di sentirsi al mondo, di sentirsi amato, di sentirsi importante per qualcuno. È saggio parlare con cautela e prudenza in un tempo in cui, c’è un pullulare di oratori e professionisti in grado di somministrarci il giusto metodo, la ricetta migliore per sfuggire da ogni sofferenza. Nell’accelerazione dei tempi, il vorticoso turbinio di richieste di soddisfacimento del piacere, ci rende aderenti ad uno schema di parametri di “felicità voluttuaria” che ci autorizza ad abbracciare la logica del pretendere e del volere a tutti i costi.

Ci troviamo così a far soccombere la nostra Identità, celebrando l’Identità sociale, fittizia e bugiarda, per evitare di cadere nell’oscuro limbo dei “non riconosciuti”. E così scivoliamo nell’errato convincimento che il non assumere alcun “posizionamento” ci possa garantire quello Status Identitario al quale aneliamo. Impariamo che l’unica via per piacere agli altri è quella di sentirsi “Estranei a sé stessi”, con un rimpallo delle responsabilità. L’infelicità a questo punto è inevitabile poiché sviluppiamo uno stato di insoddisfazione per la richiesta, sempre più pressante, di soddisfacimento di disvalori che vengono assunti come bisogni.

Ma come facciamo a dire di puntare sui valori, sugli ideali, quando la logica corrente, quella a cui aderiamo, quella che ci viene cucita addosso sin dal concepimento, predicata a gran voce o sussurrata tutti i giorni all’orecchio è “fatti furbo, fatti valere, non ci sono confini o regole, non ci sono punizioni”. L’adesione a questo credo è totale e così, ci si esercita a vivere nell’arroganza, nella prevaricazione, nella violenza, tanto più che gli esempi che ci arrivano sono di individui che vincono perché ammazzano, perché annientano, perché non hanno remore o paure, sono quelli che vivono di feticci piuttosto che di valori.

“Ambizione” la chiamano! Il riuscire a tutti i costi, anche a discapito di altri! È così che si acquista potere. Il Potere di gestire e decidere dei destini altrui. Sta serpeggiando l’idea che il dominio sia l’unica via per essere riconosciuti abili e potenti, e che l’unico modo di dimostrare di valere sia quello di possedere la vita di qualcun altro. Il gioco è perverso e si va rafforzando la convinzione, condivisa inconsciamente, che l’unico modo per schermare la propria sofferenza, evitando una frantumazione della personalità, sia quello di cibarsi dell’altro, proiettando su di esso le proprie insicurezze, turbamenti, disagi, ansie, scatenando infelicità e sottomissione per poter godere di una sensazione di orgoglio, di riuscita, di benessere.

Ma queste sensazioni svaniscono presto, e la gincana ricomincia, in una sperimentazione vorticosa di continue prove di forza e dominio. Annientare l’altro, nel pensiero e nelle azioni, sottometterlo fino a renderlo schiavo, garantisce l’uscita dalla propria schiavitù. E se ciò non basta, l’unica via possibile è la morte.

E poi? E poi ci sono quei dannati poi che mi fanno venire il voltastomaco. Ed è così che vanno in scena altre drammatiche rappresentazioni in cui, nei caldi salotti televisivi parafrasiamo i fatti, come se stessimo leggendo la Divina Commedia. Servizi su servizi, tragedie su tragedie che si accumulano sulle scrivanie degli avvocati, battaglie che si consumano nei tribunali, quando ci arrivano, ma scivolano come l’olio sulle nostre coscienze. Ma che ce ne facciamo di tutte queste parole, quando ci chiudiamo, da soli, nel caveau delle nostre emozioni, quelle più intime, quelle più fragili, quelle che a volte riescono anche a darci la forza per sopportare e di andare avanti? Già! La domanda è questa: che faccio?

Ho avuto modo, in queste ultime due settimane di incontrare il dolore di due famiglie, i cui due figli sono morti per mani diverse, ma consentitemi, morti per la medesima indifferenza. Uno è Michele Ruffino, un ragazzo di 17 anni che si è lanciato da un ponte perché era l’unica via per porre fine alla sua sofferenza. Una sofferenza fatta di vuoti, una sofferenza fatta di insulti ed emarginazione, un cammino permeato di tamponamenti che non hanno fatto altro che ricordargli che nessuno lo avrebbe voluto nella sua vita, che nessuno lo avrebbe accettato. Messo in un angolo, emarginato, non scelto, non amato, diverso, inadeguato, fragile e incapace di ribellarsi. Ma alla fine si è ribellato Michele, e lo ha fatto nel modo più tragico.

L’altra invece è Federica Mangiapelo, di 16 anni e mezzo, annegata dal suo fidanzato in 10 cm d’acqua. il padre racconta di un ragazzo che pian piano l’ha isolata, privata della sua libertà, che l’ha prevaricata, che la obbligava ad un ritiro sociale, che l’ha umiliata, che l’ha resa fragile e dipendente.

Quando, però, Federica ha provato a ribellarsi, ha provato a sganciarsi da quella perversa gincana che la rendeva schiava, è stata uccisa. È morta perché lui ha avuto paura, paura di perdere l’unico oggetto che, dominando, gli garantiva la possibilità di sentirsi vivo, di sentirsi privo, per qualche istante, di quelle insicurezze e di quel senso di frammentazione che lo avrebbero portato alla morte. E così è morta lei.

Difficile guardare in faccia il dolore di questi genitori, difficile perchè da quegli occhi partono pugni che ti arrivano dritti nello stomaco e non puoi far altro che abbassare gli occhi, e vergognarti. Si io mi sono vergognata! Mi sono vergognata di far parte di quel gruppo di astanti, che, adirandosi, perché così non va, non fa niente, se non dando consigli, dicendo denuncia, dicendo “Non sei sola!”

E così, come echi, arrivano alla mia coscienza delle domande: Davvero? E dove ti vengo a cercare? Mi vieni a cercare tu? E perché quando mi incontri per strada non sei in grado di prendermi per mano e portarmi via da quell’inferno, da quel dolore che costante mi accompagna, da quella paura di essere diversa, incapace, inadeguata? Lo sai, con il tempo mi sono convinta che sia così, mi sono convinta che, si, forse ha ragione lui. Sono incapace, stupida, un essere inutile, e forse le botte me le meritoMa tu mi stai ascoltando? Tu mi stai guardando negli occhi, anche se sorrido e fingo che tutto vada bene? E perché se mi stai guardando non vedi niente? Non vedi che sono gonfia? No, non sono ingrassata perché sono felice, ma perché ingoio tutti i giorni, bocconi di fango, nel quale vengo gettata come se fossi un oggetto. Eppure, sai, mi continuo ad aggrappare, cerco un appiglio su queste pareti scivolose che si sono alzate intorno alla mia vita, e cerco delle mani, cerco qualcuno o qualcosa che mi tiri fuori dalle sabbie mobili, in cui sono caduta. Ma quando alzo gli occhi, fuori c’è solo lui.

Ritorno a riflettere. Due casi diversi, quello di Michele e Federica, ma che hanno molto in comune, molto di quel comune che quasi diventa normale. Io non voglio essere normale, io voglio essere me stessa, voglio avere, com’è giusto, il Mio posto nel mondo, non voglio essere uguale a nessuno, voglio essere ME.

Acquisire sicurezza, capire che ad un certo punto, bisogna lasciar andare, capire che la Mia vita vale tanto quanto la Tua, smettere di essere linfa per sanare le ferite di qualcun altro, è l’unico modo per cominciare a smettere di ingoiare fango. È inutile che ci raccontiamo la favoletta di Cappuccetto Rosso e che pensiamo “tanto poi arriva il cacciatore ad uccidere il lupo cattivo”, forse, ma intanto il lupo mi ha divorato. Si perché quando vengo vessata, denigrata, picchiata, il cacciatore non è con me, io sono da sola. Sono da sola con il lupo.

Per questo motivo La Fondazione Assosafe, in collaborazione con Top Safety, il SIAP (Sindacato Italiano Polizia di Stato), l’associazione Penelope, l’associazione Passaggi a Nord Est e con il patrocinio del Comune di Santa Maria di Sala, per fare un gesto forte, di concreto supporto, per sopperire a quell’inevitabile solitudine, e per reagire alla violenza, terrà un corso di formazione gratuito per tutte le donne il giorno 02 febbraio 2019 a Santa Maria di Sala, in cui si potranno acquisire le principali tecniche di difesa personale che verranno insegnate dalla campionessa mondiale di Muay Thai, Anne Marie Turcin.

L’abbiamo voluta perché è una donna, una donna come tante altre, come tutte noi, madre, figlia, compagna, in grado di dimostrarci che anche se minute e fragili, possiamo essere in grado di difenderci. Al contempo è una campionessa mondiale, che ha lottato su molti ring e ha vinto: questo per noi non può altro che rappresentante un esempio. Anche noi possiamo essere in grado di vincere sui nostri ring!!!

Certo è che la conoscenza di alcune tecniche di autodifesa non ci trasformeranno in campionesse mondiali,  donne dotate di super poteri o in combattenti (anche perché alle volte, molte volte, troppo spesso, ci si ritroviamo davanti ad un “picchiatore da strada”, un animale che ha fatto molta esperienza, un avversario terribile, fisicamente più forte di tutte noi, veloce, agile o molto più semplicemente molto infimo, cattivo e vigliacco), ma riusciranno a garantirci la possibilità di affrontare il nostro avversario e di conseguenza a preservare la nostra vita.

Quella del Muay Thai, disciplina thailandese nata per garantire la sopravvivenza in un combattimento, è poi diventata uno sport. Si tratta di un’arte marziale e come tutte le arti in essa vi è una commistione di mentale, di spirituale, di tecniche comportamentali e regole di combattimento che pongono al centro l’essere umano.

Cartesianamente siamo propensi a pensare che la mente sia separata dal corpo, ma sappiamo molto bene che se la mente soffre ne soffre anche il corpo. Abbiamo fortemente voluto questo corso di formazione perché riteniamo che la capacità di poter lavorare su stessi, apprendendo tecniche di difesa, non rappresenti solo la possibilità di essere più forte e determinata, ma sia un modo per potenziare la propria autostima e la propria sicurezza interiore.

Tutti gli uomini hanno paura, ma la più grande paura, quella che comincia dal profondo, dal nostro interiore, è quella di guardare in faccia il nostro avversario più temibile: noi stessi. Quando avremo imparato a riconoscerlo come alleato, saremo in grado di attingere a quelle risorse interiori, profonde e sconosciute, che neanche sospettavamo di possedere.

Conosci te stesso, quindi, per dirla socraticamente, come bordone per la ricerca esistenziale, una ricerca che suggerisce all’uomo di conoscersi praticando un cambiamento per pervenire al proprio Sé migliore, edificando e ri -costruendo se stesso secondo il proprio desiderio.

 

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