sabato, novembre 17, 2018
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L’isola di San Gregorio (Grgur): Per non cancellare la memoria

Sede, suo malgrado, di numerosi atti contro i prigionieri di guerra e i dissidenti politici, l’Isola di San Gregorio (Grgur in lingua croata) è oggi meta di numerosi turisti. E’ disabitata dal 1988 quando chiuse il carcere femminile che si insediava su di essa  ma rimane ancora oggi uno dei simboli negativi dei nazionalismi del ‘900.

Mai avrei pensato che le vacanze estive di quest’anno, mi avrebbero lasciato un’amarezza tale, tanto da riuscire a rendermi ancora più consapevole, di quanto, la nostra quotidianità fatta di diritti riconosciuti e capricci urlati, non sia altro che una ripetizione di atrocità che, a distanza di una manciata di anni, proiettano pellicole di fatti accaduti e mai raccontati.

Ma qui non si tratta di una proiezione di un film, ma di essere travolti da una delle più efferate atrocità storiche, che, inevitabilmente ti scoppiano addosso se vai a GRGUR (isola di San Gregorio) e a GOLI OTOK (Isola Calva), in Croazia. Tra le più terribili prigioni in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

Entrambe le isole vennero usate dal maresciallo Tito dal 1949 al 1955 per “rieducare” i dissidenti comunisti e i suoi oppositori.

Non sapevo dell’esistenza di queste due isole, né tantomeno di cosa fosse accaduto. Fatto sta che man mano che mi avvicinavo all’isola Calva sentivo dentro di me nascere un inquietante senso di angoscia e allo stesso tempo di terrore e curiosità.

L’isola appare spoglia e priva di vegetazione, dura e brulla, uno scoglio lungo circa cinque chilometri privo di qualsiasi forma di vita e che evoca la morte. Ideale per un campo di concentramento. Dietro di esso OTOK SVETI GRGUR – Isola di San Gregorio, che funse nello stesso periodo da succursale di Goli Otok. Ed è GRGUR che ho visitato. Fino al 1988, anno in cui è stato chiuso, è stato un carcere femminile.

Quest’ultima appare rigogliosa, ai cui piedi si aprono delle calette dalla bellezza paradisiaca.

Il mare limpido e cristallino, i daini che si avvicinano ai turisti in cerca di cibo, un piccolo molo su cui attraccano le imbarcazioni ed un ristorante, aperto solo in estate, carico di persone.

E se ai piedi dell’isola respiri aria di vacanza, di spensieratezza, e sei travolto dall’allegro vociare dei bimbi, poco più su, costruzioni diroccate, filo di ferro spinato che delimita le camerate dei detenuti, buche scavate nel terreno, i gradini corrosi dal tempo e dal sangue di coloro che lì, hanno perso la dignità di vivere e molto spesso anche la vita. Lo scenario è apocalittico, è come se una calamità naturale si fosse abbattuta sull’isola, la desolazione ed il silenzio che lo accompagna tuonano, ad ogni passo e, incredula, mi sono addentrata sempre di più, tra le rovine.

Le camere delle detenute, la residenza del direttore, i fili della luce penzolanti, quello che resta delle pareti che non possono fare a meno di tacere. Il silenzio assordante sembra essere accompagnato da un muto racconto che ti resta dentro e che ti si attacca addosso come la resina che cade dagli alberi. Parole mute, di chi li ha perso la dignità, che non aspettano altro di essere ascoltate. Eppure lì, per sette lunghissimi anni il dittatore comunista jugislavo, fece rinchiudere nel campo di rieducazione, più di 30 mila persone.

Quello che sappiamo è che più di 16 mila persone subirono le più sadiche ed inimmaginabili sevizie e riuscirono a sopravvivere, mentre circa 446 morirono a seguito delle torture.

Non si poteva fuggire dall’isola: le forti correnti non avrebbero permesso a nessuno di poterla lasciare. Il forte vento di bora in inverno la rendeva arsa e gelida ed in estate, il sole cocente, non dava tregua.

Non vi racconterò quello che ho letto sulle torture (chiamarle così è un eufemismo) perché fa raggelare il sangue, ma mi limiterò a dire che erano in grado di annientare l’umano.

Molto sappiamo dei campi di concentramento nazisti, ma di questi due gulag, non c’è evidenza storica da nessuna parte. Si tace, si ha paura, si ha voglia di dimenticare. Ma si dovrebbe ricordare, si dovrebbe parlare e non lasciare che la natura e l’incuria umana, trasformino ancora una volta quel luogo in un cimitero di ferro, cemento e sangue.

Perché quelle isole si sono nutrite e portano con loro il sangue di coloro che, la cui unica colpa, è stata quella di potersi sentire liberi. Liberi di parlare, liberi di ribellarsi, liberi di sentirsi Uomini.

Non ho potuto non riflettere e non ho fatto altro che pensare che l’enorme silenzio e la voglia di ridurre in maceria gli orrori, le angherie, le sevizie, le umiliazioni fisiche e psichiche è quello che, ahimè, si palesa tutti i giorni davanti ai nostri occhi, in un’apparente società che dichiara di essere democratica e progredita.

Siamo turlupinati da una società che inneggia alla libertà di pensiero, alla libertà di espressione, che ci racconta del senso civico… Frottole! Viviamo nella stessa società, come quella comunista di Tito, che inneggia alla libertà, alla cooperazione, ma ti obbliga, di fatto, ad avere atteggiamenti e pensieri aderenti a quanto ci viene proposto dal “sistema”. Il rischio? Nella migliore delle ipotesi si è emarginati, o visti come “diversi”, nella peggiore si subiscono soprusi e violenze (sia fisiche che psicologiche), che non fanno altro che gettare macerie su macerie, morti su morti ed alla fine la convinzione di essere inadeguato ti arriva, ed è inevitabile.

Tutti dannatamente bugiardi, permettiamo che inenarrabili violenze si consumino nelle nostre ed altrui case e, pur sapendolo, fingiamo che tutto vada bene. Patinate apparenze nascondono cupe realtà, silenzi carichi di terrore annientano l’Essere umano. E allora mi domando: qual è la differenza?  Goli Otok e GrGur, le isole che divennero la tomba di tanti uomini e donne e per tutti il luogo in cui le mostruosità di uomini contro altri uomini restano inenarrabili, non sono forse la ripetizione di quanto si consuma ogni giorno davanti ai nostri occhi?

Mariti, fidanzati, padri e madri che si trasformano in spietati aguzzini, morte e violenza che, come in un pentagramma vuoto, tatuano le note del nostro destino all’interno delle nostre anime. Paura, silenzio, inadeguatezza, inferiorità: di questo soffrono le vittime! Mala tempora currunt, sed peiora parantur (Stiamo vivendo tempi non buoni, ma se ne preparano di peggiori): questo beffardamente ci limitiamo a dire, perchè non ci riguarda, non ci tocca, non è nostro. Ma sbagliamo, e continueremo a farlo, finchè non ci sentiremo scientemente umani, figli dei detenuti di Goli Otok, figli, padri, madri.

Dire che si è vittime del sistema, è un palliativo! Il sistema non esiste, siamo noi il sistema e della peggior specie. Si , perché quella umana è capace di macchiarsi di atrocità e cattiverie che nessun essere animale potrebbe compiere.

A che servono le leggi, le regole, le imposizioni se poi tanto alla fine il rewind è sempre attivo? A che serve battersi e adoperarsi per il “cambiamento”, se poi tanto, ci buttiamo alle spalle tutto, continuando ad aggiungere vuoto al vuoto e solitudine a solitudine?

Siamo capaci nel tempo di un secondo di cancellare una vita, di eludere il dolore pensando che in questo modo ci garantiamo una vita felice e serena. Tanto a noi che ci frega dell’altro? Quell’altro, però, potrei essere io!!!! Vorrei tanto mettere un punto, vorrei tanto che dal vaso di Pandora non tirassimo fuori la speme, ma il Coraggio, perché solo con quello potremmo evitarci di vivere la nostra quotidiana GrGur.

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