mercoledì, luglio 18, 2018
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Capire i ragazzi per poterli guidare

L’incontro con il Prof. Giancarlo Pavano, autore del libro “La scuola che sogno”(Monte Università Parma Editore), con una prefazione del neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, inventore dei neuroni specchio. E’ Docente Scuola Superiore, esperto in organizzazione scolastica di contrasto al bullismo e al cyberbullismo. Formatore Docenti referenti bullismo, cyberbullismo. Ha realizzato numerosi progetti educativi riguardanti il bullismo, la dispersione scolastica e alleanza educativa scuola-società. Coordinatore del Dipartimento Nazionale Educatori Docenti, referente scuola Unicef Parma, componente nazionale “Osservatorio sui bullismi” del Kiwanis Distretto Italia-San Marino. Con la Dottoressa Adriana Battaglia ha lavorato a progetti di Best Practices per il bullismo, realizzando il modello didattico-formativo “TRI-PAX”.

L’adolescenza è una delle fasi della vita tra le più straordinarie e complesse, difficile da affrontare, dapprima con i ragazzi e, di riflesso, per chi vuole loro bene e si prende cura di loro. In questa età, compresa tra gli 11 e i 19 anni, avvengono cambiamenti esponenziali: del corpo, psicologici, relazionali e sociali. L’adolescente non è capace di manifestare i propri bisogni attraverso pensieri e parole e l’espressione attraverso il corpo e l’agito diventano una caratteristica specifica propria dell’adolescenza. Sofferenze, conflitti e difficoltà si esprimono attraverso i segni del comportamento, facendo parlare il corpo.

La personalità si costruisce, si forma, e si educa sviluppando tutte le capacità psicofisiche personali, permettendo all’individuo di integrarsi nell’ambiente in cui vive. Ciascuno di noi deve rifare giorno per giorno, per proprio conto, le esperienze che sono state fatte da chi ci ha preceduto: è questo il modo con cui si riesce veramente a capire, a crescere, e a formarsi.

L’adolescente vive una vera e propria crisi di identità dovuta al contrasto fra come si sente e come viene considerato, vuole affermare la propria indipendenza, mostrare agli altri che è in grado di prendere decisioni autonome, ma gli adulti non sempre lo accettano. Si prova un sentimento di distacco dai genitori e dal mondo degli adulti in genere, visto come autoritario o troppo protettivo.

Bisogno di indipendenza e responsabilità ma anche insicurezza e paura di sbagliare si intrecciano e caratterizzano questa fase della vita.

Diventa importante allora il bisogno di socializzare, di avere un amico intimo nel quale trovare consonanza e sicurezza, solidarietà di fronte al mondo adulto. L’adolescente vivendo tra gli altri conosce meglio se stesso ed i coetanei, fa i primi passi verso i compagni del sesso opposto, si mette in mostra e va in cerca di stima. In gruppo si cominciano ad accettare le opinioni degli altri, ad adeguarsi a desideri e comportamenti diversi dai propri.

C’è l’intervento educativo degli individui: i genitori, fratelli, nonni, insegnanti, amici; e l’intervento della società attraverso le sue espressioni e istituzioni sociali: oratorio, città, mass-media, divertimenti.

l Prof. Giancarlo Pavano

Fin dai primi anni di insegnamento mi sono impegnato tantissimo nei confronti dei miei alunni, non arrendendomi mai, nemmeno di fronte ai casi “difficili” o “umanamente impossibili”, cercando di instaurare con loro relazioni positive, lavorando su valori quali il senso di responsabilità, la coscienza dei propri doveri, il rispetto della diversità, cercando al tempo stesso di essere amorevole, partecipe, disponibile, predisposto all’ascolto, propositivo, in altre parole, di comprendere i loro bisogni affettivi.

Questa capacità di ascolto dei giovani mi viene innanzitutto dalla lunga esperienza accumulata nel mondo della scuola, ma non solo: un ruolo importante lo hanno avuto le mie esperienze di vita, che mi hanno permesso di entrare in contatto con un vastissimo campionario di persone che, oltre a farmi prendere coscienza dei miei limiti (alcune di queste persone sono di grande spessore morale ed intellettivo), hanno allargato la mia conoscenza dell’uomo.

Il quotidiano ascolto dei giovani, e lo studio del loro comportamento mi hanno convinto del fatto che la scuola e in particolare quella secondaria di primo grado, andrebbe rinnovata, intervenendo con metodologie innovative e strategie nell’area disciplinare e comportamentale costituendo un gruppo di insegnanti dotati, oltre che di professionalità e conoscenza, di umanità.

La scuola dovrebbe occuparsi della loro formazione, affiancandoli anche da uno psicologo e un pedagogista che hanno il compito di svolgere la funzione di snodo fra le differenti realtà scolastiche.

Attualmente non esiste una progettualità educativa nazionale, comune a tutte le scuole, proprio perché non c’è mai stata la volontà, da parte della classe politica, di operare concretamente.

Esistono solamente progetti educativi frutto della buona volontà dei miei colleghi sparsi in tutto il territorio nazionale, uomini animati da una grande passione educativa. Per imprimere un’inversione di rotta, ci vorrebbe una presa di coscienza del “cosa fare”, ma anche del “cosa non fare”. Ad esempio, l’educatore dovrebbe essere consapevole del fatto che un giudizio affrettato nei confronti di un alunno, potrebbe essere errato e compromettere, in via definitiva, ogni possibilità di recupero e avere ricadute negative su tutti gli altri ragazzi che non hanno ancora sviluppato un’autonomia di pensiero.

Gli anni del periodo scolastico non possono limitarsi alla semplice trasmissione di nozioni. I ragazzi hanno bisogno della testimonianza di insegnanti che comunichino con loro, che ascoltino e recepiscano i loro sconforti, che tengano conto delle loro situazioni particolari e non li ostacolino nell’apprendimento e nello sviluppo.

La scuola è un luogo in cui formare coscienze, e in cui proporre agli alunni modelli di comportamento validi per la loro vita futura. È nella scuola che si formano gli uomini del domani, e questo lo si ottiene ponendosi in ascolto dei giovani, del loro bisogno di sentirsi protagonisti e di mettere in gioco le proprie abilità – anche quelle non previste dalle valutazioni scolastiche – utili a conoscere il proprio potenziale e a trovare il proprio spazio, individuale e collettivo. In un professore l’alunno dovrebbe poter trovare comprensione e umanità, oltre che il sapere.

La scuola è certamente il luogo in cui si veicolano l’istruzione e la formazione, ma il sapere deve essere nutrito di valori, attraverso la conoscenza. Bertrand Russel, sosteneva che uno dei difetti dell’educazione moderna è quello di addestrare alla semplice acquisizione di determinate abilità, trascurando di allargare la mente e il cuore. Per fare ciò, gli educatori devono essere testimoni con la loro vita, di ciò che comunicano.

In questo libro ho voluto affrontare quello che a me sembra il problema principale che affligge oggi la scuola italiana: l’educazione e la formazione degli alunni. Ritengo, infatti, che ai fini della formazione integrale dell’alunno non ci si possa limitare a istruire, ma che si debba tener conto anche delle sue esigenze, del suo mondo e della sua personalità. Sono convinto che senza il controllo comportamentale degli alunni, non si può avere un buon apprendimento scolastico e che questo, invece, si ottiene quando in classe regnano ordine e serenità. E’ però indispensabile individuare subito i ragazzi con bisogni educativi, come anche saper cogliere le diversità caratteriali dei singoli alunni. Inoltre la proposta è di una pedagogia che valorizzi le diversità culturali, con lo scopo di sostenere la scuola affinché, invece di rafforzare stereotipi sulle culture d’origine degli allievi di migrazione, crei percorsi che aiutino ad apprezzare la cultura della mobilità in un contesto europeo ed oltre. La prospettiva interculturale vede nella scuola uno degli ambiti privilegiati di educazione. “L’arte di educare in modo gioioso” è il dono che dovrebbe possedere ogni educatore.

L’evoluzione psicologica, spirituale e morale è paragonabile alla crescita fisica e organica. La differenza sostanziale sta nel fatto che alla crescita fisica degli uomini pensa la natura, mentre per quella spirituale e morale saranno fondamentali gli insegnamenti degli educatori che incontreremo nella vita. Questo libro nasce dunque dall’esigenza di offrire un contributo pratico a tutti coloro che operano nel mondo della scuola e dell’educazione, proponendo una serie di metodologie e strategie educative che possono essere applicate con successo. Verranno descritte le diverse tipologie di alunni che si possono incontrare all’interno di una classe; si troveranno indicazioni su cosa andrebbe fatto, sia nelle situazioni comportamentali di semplice risoluzione che in quelle più complesse e disperate (bullismo). Tutto questo con una premessa fondamentale: nessuna metodologia educativa può avere un risultato positivo se l’insegnante non si mette in discussione, uscendo dai propri rigidi schemi comportamentali, e se non si riesce a stabilire una comunicazione autentica, empatica con gli alunni e con le loro famiglie.

I giovani hanno bisogno di educatori che promuovono e premiano i comportamenti corretti e penalizzano quelli sbagliati (non ci stancheremo mai di ribadire che un’abilità sociale fondamentale è l’empatia, ossia la capacità di comprendere i sentimenti altrui e di assumere il punto di vista degli altri, di tollerare e accettare le differenze di pensiero); che mettono in discussione il proprio modo di operare nel contesto della classe, non esitando a essere severi nei confronti degli studenti che si comportano male, riconsiderando l’importanza del voto di condotta; che sviluppano negli alunni buone capacità comunicative ed empatiche.

Ogni uomo e ogni donna che incontriamo, con cui ci mettiamo in comunione ideale e affettiva, accanto a cui viviamo e lavoriamo, ci condiziona. Da qui la necessità di creare alleanze educative. Chi vuole educare deve guidare i ragazzi a ragionare per capire che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Ciò, d’altra parte, richiede la presenza di genitori che sentano il bisogno di rapportarsi in maniera più efficace con la vita emozionale dei figli, che si sentano più coinvolti nelle decisioni della scuola, in modo che possano essere di supporto ai ragazzi, condividendone il medesimo linguaggio, quello dell’alleanza educativa e quello della vita scolastica.

Inoltre, le strategie innovative promosse dall’alleanza educativa indurrebbero i Dirigenti Scolastici ad assumersi delle responsabilità personali e a valorizzare le risorse umane. Anche nel rapporto con i genitori degli alunni essi sarebbero più facilitati nel loro compito; spesso, infatti, davanti ad una rimostranza dei genitori, si schierano dalla loro parte o rimangono imparziali, finendo per non prendere mai dei provvedimenti risolutivi. Questo accade, come detto, perché non esiste un’area educativa che si preoccupi di condurre una costante e veritiera analisi del comportamento degli alunni, degli insegnanti e del personale scolastico.

La scuola è solo uno dei mezzi per educare in maniera corretta i ragazzi

L’autonomia scolastica in questi casi può fare ben poco se non si modificano alcune indicazioni ministeriali. La scuola, per risolvere i problemi sempre più complessi che la società odierna genera quotidianamente, dovrebbe essere sempre alla ricerca di proposte e chi ha esperienze nuove da trasmettere, chi conosce strade mai praticate e ha idee in controtendenza, chi è diverso insomma, può diventare la punta di diamante.

Ogni buon lavoro educativo dovrebbe rimanere patrimonio della scuola, invece di disperdersi ogni volta che un docente viene trasferito altrove.

Tutto questo appare oltremodo fondamentale: la mancanza di un progetto educativo nazionale (l’unico esistente è quello delle scuole private salesiane), i progetti educativi di insegnanti “virtuosi”, una volta applicati e apprezzati per il loro buono esito, potrebbero portare alla stesura di un progetto nazionale.

Le strategie che ho proposto in questo libro, frutto dell’amore che nutro per il mio lavoro e per i giovani, sono solo alcune delle tante strategie possibili: altre ed altrettanto valide, saranno da me proposte a quelli insegnanti che metteranno in discussione il proprio punto di vista, quando capiranno che la scuola non si può più limitare a “istruire”, ma che deve mirare, anche, ad educare per contrastare il disagio giovanile. È evidente che non tutti gli insegnanti sono contemporaneamente in grado di istruire, formare ed organizzare.

Ognuno di loro dovrà riconoscere e valorizzare le proprie abilità, accettando i propri limiti.

Gli insegnanti autorevoli, competenti, umani, capaci di intraprendere ottimi rapporti interpersonali con gli alunni ed il personale scolastico, potrebbero essere impiegati negli istituti professionali, negli istituti tecnici o nella scuola secondaria di primo grado, dove si avverte la maggiore esigenza di personale altamente preparato ad affrontare situazioni relazionali e comportamentali molto complesse. Ma la vera svolta inizierà quando tutto il mondo che gira attorno agli alunni lavorerà in sinergia; solo a questo punto avverrà un reale cambiamento. Perchè ciò avvenga la scuola dovrebbe formare insegnanti in grado di fare da anello di congiunzione tra la scuola e il mondo esterno.

È oramai da parecchio tempo che partecipo a convegni e a corsi di formazione, dove professori fanno mostra del loro sapere parlando di diagnosi, di statistiche, senza proporre mai strategie di intervento basate sul “cosa bisogna fare”. Dati e percentuali prendono il sopravvento, con il risultato che la Scuola Italiana, priva di strategie e metodologie educative, ha perso credito tra le famiglie e l’opinione pubblica in generale. Gli insegnanti, invece, hanno urgente bisogno di una formazione pedagogica, psicologica e soprattutto relazionale.

Bisogna ricreare nella Scuola un ambiente più umano. Essa deve trasformarsi in una comunità di assistenza, in un luogo in cui gli studenti si sentano rispettati, seguiti, curati e legati ai compagni, agli insegnanti e alla scuola stessa.

Per raggiungere questo obiettivo, gli insegnanti dovrebbero superare la riluttanza ad affrontare tematiche che avvertono estranee alla loro professione, rivalutando l’importanza di occuparsi maggiormente del comportamento dei giovani, al fine di dare soluzioni ai tanti casi di maleducazione e bullismo. Sogno una scuola dove insegnanti dotati di grande capacità relazionale, flessibilità caratteriale, tolleranza e passione educativa, cooperino tra loro.

Sogno una scuola, dove il nobile compito dell’educatore sia gratificato e dove il merito sia un valore giustamente riconosciuto.

Sogno una scuola dove, come spesso sostengo, non si attenda il futuro ma, insieme, lo si generi quotidianamente.

A cura del Prof. Giancarlo Pavano – Comitato Scientifico Frena il Bullo

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