lunedì, dicembre 11, 2017
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Glifosato: l’Unione Europea rinvia la decisione a Maggio

SCOPERTA LA PRESENZA DI GLIFOSATO IN IMPORTANTI MARCHI DI BIRRE TEDESCHE. ECCO COME L’UNIONE EUROPEA SI MUOVERA’ CONTRO QUESTO ERBICIDA.

A cura di Natasha Turano – Direttore Responsabile Punto di Vista

Continua la battaglia sul diserbante più utilizzato in agricoltura, una battaglia che vede da un lato forti contrasti a livello scientifico, dall’altro una vera e propria divisione tra Paesi europei. Così, nel dubbio, la tanto attesa decisione di Bruxelles sul rinnovo della possibilità di utilizzare ancora in Europa il glifosato per i prossimi quindici anni, prevista inizialmente per l’8 marzo, è slittata addirittura al mese di maggio.

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La questione è nata lo scorso anno, quando il 23 marzo l’Agenzia per la ricerca contro il cancro (IARC), facente parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ha diffuso un parere secondo il quale il glifosato, un principio attivo contenuto in numerosi erbicidi spruzzati sui campi di tutto il mondo, è un “probabile agente cancerogeno”. “Probabile” perché, come ha spiegato il capo dello studio IARC nel suo articolo sul New Yorker Specter, «è più che possibile che sia cancerogeno, ma non ci sono abbastanza prove per sostenere che lo sia. In altre parole significa che dovreste essere un po’ preoccupati».
A seguito dello studio, il glifosato è stato inserito nella lista degli agenti cancerogeni di tipo 2A. Una posizione non allarmante, dato che nella classificazione IARC soltanto il gruppo 1 raccoglie le sostanze sicuramente cancerogene per l’uomo, ma neanche rassicurante.

Di altro parere l’Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, secondo la quale non ci sono abbastanza prove per arrivare a questa conclusione.
Ma che cos’è il glifosato? Si tratta di una sostanza chimica inventata negli anni Settanta da un chimico che lavorava per la multinazionale Monsanto, un erbicida totale non selettivo, cioè una sostanza che uccide in maniera indiscriminata quasi qualunque pianta. Introdotto sul mercato con il nome di “Roundup”, il glifosato ha avuto ampia diffusione in agricoltura e in ambienti urbani, ad esempio per diserbare le strade, poiché ritenuto meno tossico per l’uomo e più facilmente degradabile rispetto ad altri prodotti con la stessa funzione: una volta diffuso ha infatti una scarsa penetrazione nel terreno, fermandosi a circa venti centimetri di profondità e limitando il rischio di raggiungere le falde acquifere. A questo va aggiunto che la Monsanto, intravedendo un vero e proprio affare, anni fa iniziò a introdurre varietà di piante resistenti al glifosato, cosa che permise agli agricoltori di liberarsi delle piante infestanti semplicemente irrorando di glifosato sui loro campi. Il problema si pone con la scadenza, da ormai circa 15 anni, del brevetto Monsanto che ha permesso a diverse aziende di immettersi nel mercato producendo e vendendo glifosato liberamente.glifosato-U430605845973062pD-U43070843662561Z7H-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443

Il glifosato è comunque tra le sostanze più studiate, un vero e proprio sorvegliato speciale degli ultimi anni, ma nessuna ricerca ha finora dimostrato con prove tangibili la correlazione tra il suo impiego e il sorgere della patologia. Come tutte le sostanze chimiche, deve essere utilizzato con moderazione e in futuro continueranno a essere studiati i suoi effetti, ma anche nuovi erbicidi che si degradano ancora più in fretta e che penetrano ancora meno nel terreno.
Come specificato nell’articolo, tutto si riduce a un bilanciamento dei rischi: il glifosato potrebbe essere cancerogeno, ma anche guidare un’automobile può portare ad avere un incidente. Portare alle sue conseguenze estreme il principio di precauzione, cioè non fare nulla che comporti il minimo rischio, renderebbe semplicemente impossibile avere una vita normale. Il modo migliore per valutare i rischi del glifosato, è guardare quali sono le altre sostanze che lo IARC ha inserito nella lista 2A.
Non è la prima volta che l’attenzione ricade sull’erbicida come sostanza potenzialmente pericolosa per la salute dell’uomo, infatti già nel 2012, prima dello studio IARC, un gruppo di ricercatori pubblicò uno studio sulla rivista Food and Chemical Toxicology in cui sosteneva che il glifosato causava gravi malattie e tumori nei ratti. La ricerca tuttavia subì notevoli contestazioni sia a proposito dei metodi utilizzati nel trattare gli animali, sia per l’effettiva validità dei risultati raggiunti.

Facile capire perché la questione abbia richiamato immediatamente l’attenzione politica e mediatica dell’Europa: data l’ampia diffusione dell’erbicida, non può che preoccupare l’eventuale ricaduta sui prodotti agricoli e dunque sulla salute dell’uomo e degli animali.
Intanto la scadenza per l’autorizzazione in corso, giugno, si avvicina e Bruxelles non intende rinunciare a una pronuncia definitiva sulla questione, ipotizzando anche un’apertura a un compromesso, come affermato dal commissario alla Salute Vytenis Andriukaitis, per «ridurre i tempi del prolungamento dell’autorizzazione a otto-dieci anni», invece che 15 anni. La Commissione ha inoltre chiesto agli esperti dei 28 Stati Ue di inviarle per il 18 marzo le proposte di modifica che auspicano apportare al testo in discussione. Questo al fine di responsabilizzare tutti gli Stati nel prendere una decisione che riguarda molti aspetti e sulla quale non è possibile non entrare nel merito.
La questione, dunque, sarà di nuovo sul tavolo del prossimo Comitato europeo in programma il 18 e 19 maggio, nel tentativo di conciliare le posizioni dopo il rifiuto perentorio da parte di Italia e Francia, ma anche la pressione esercitata da diversi gruppi politici del Parlamento europeo, dai Socialdemocratici ai Verdi, fino alle Ong.

Nel nostro Paese il “no al glifosato” è stato ribadito con forza dai ministri per le politiche agricole Maurizio Martina, per la salute Beatrice Lorenzin e per l’ambiente Gian Luca Galletti. Sul fronte del no anche trentadue gruppi ambientalisti riuniti sotto un’unica sigla “Stop glifosato”, autori di una lettera indirizzata all’esecutivo di Palazzo Chigi, chiedendogli di schierarsi per il divieto.
Il governo italiano sta lavorando anche a un «Piano nazionale glifosato zero» a prescindere dagli esiti del confronto europeo dei prossimi giorni. Tre i pilastri del piano: implementazione della rete di monitoraggio dei residui di Glifosato su tutto il territorio nazionale, introduzione di limitazioni al suo impiego nell’ambito dei disciplinari che permettono l’adesione volontaria al sistema di qualità nazionale produzione integrata e definitiva eliminazione del Glifosato dai disciplinari di produzione integrata entro l’anno 2020.
Entro il 2020 infatti l’Italia investirà oltre 2 miliardi di euro per misure agronomiche che abbassino sempre di più l’utilizzo della chimica nei nostri campi. Un modo di operare che i produttori italiani stanno seguendo già da tempo, come dimostrano i dati sul calo di utilizzo di pesticidi nell’ultimo decennio.
Sulla decisione finale potrebbe anche avere una certa incidenza la notizia di qualche giorno fa relativa al ritrovamento di alcune tracce di erbicida in 14 marche di birre tedesche tra le più vendute. Il test sulle birre è stato condotto dall’Istituto per l’Ambiente di Monaco che ha rilevato un quantitativo di glifosato di gran lunga superiore rispetto al limite consentito dalla legge, che è pari a 0,1 microgrammi: le analisi infatti hanno registrato livelli compresi tra gli 0,46 e 29,74 microgrammi.

Le birre analizzate in Germania appartengono a 14 marchi noti: Erdinger, Augustiner, Franziskaner, Knig Pilsener, Jever, Beck’s, Paulaner, Warsteiner, Krombacher, Oettinger, Bitburger, Veltins, Hasseroeder e Radeberger.
Glifosato-nella-birra-tedesca-venduta-anche-in-Italia  Un’ulteriore conferma della forte ricaduta che l’approvazione potrebbe avere su tutta la filiera agroalimentare europea e sulla salute dei cittadini.
Non è ancora chiaro quale sia la posizione preponderante in Europa, infatti per il momento, accanto a Italia e Francia, solo l’Olanda si è detta contraria alla sostanza sotto accusa, mentre la Germania e altri numerosi Stati hanno espresso in un primo momento la volontà di astenersi in caso di voto.
La verità al fondo della vicenda è che, mancando un parere scientifico certo, la decisione si prospetta difficile e rischiosa. In attesa della pronuncia definitiva, il glifosato continuerà ad essere utilizzato, ma entro le soglie di prevenzione