lunedì, dicembre 11, 2017
Home > Legislazione > Il Fumo di Tabacco negli Ambienti di Lavoro e la Sigaretta Elettronica

Il Fumo di Tabacco negli Ambienti di Lavoro e la Sigaretta Elettronica

A cura di Riccardo Mannara—Avvocato presso Studio Legale Kairos

Sigaretta-elettronica-3

La “gestione” in senso ampio, delle attività umane concernenti il fumo di tabacco all’interno degli ambienti adibiti allo svolgimento di attività lavorative, è una tematica indubbiamente rilevante per molte, pressoché tutte, le realtà aziendali.

Dieci anni sono trascorsi dall’entrata in vigore di una normativa sullo specifico argomento, la quale, se pure è sopraggiunta a colmare un vuoto di regole in materia, non si è però spinta sino a disporre in modo molto dettagliato circa le conseguenti misure di prevenzione e protezione per la salute dei lavoratori. Misure, la cui attuazione rappresenta poi il vero aspetto di impatto pratico per la quotidianità della organizzazione imprenditoriale del lavoro. Fondamentale è il dettato dell’art. 51 della Legge 3/2003 (in vigore dal 10 gennaio 2005). A tutela della salute dei non fumatori, si prevede in modo generalizzato che “È vietato fumare nei locali chiusi, ad eccezione di: a) quelli privati non aperti ad utenti o al pubblico; b) quelli riservati ai fumatori e come tali contrassegnati”.

“Dieci anni sono trascorsi dall’entrata in vigore di una normativa sullo specifico argomento, la quale, se pure è sopraggiunta a colmare un vuoto di regole in materia, non si è però spinta sino a disporre in modo molto dettagliato circa le conseguenti misure di prevenzione e protezione per la salute dei lavoratori.”

Una circolare Ministeriale del 17.12.2004 precisa che il divieto di fumare trova applicazione non solo nei luoghi di lavoro pubblici, ma anche in tutti quelli privati, che siano aperti al pubblico o ad utenti. Nell’accezione di “utenti” debbono ritenersi compresi anche gli stessi lavoratori dipendenti, in quanto utenti dei locali nell’ambito dei quali prestano la loro attività.

Sono dunque giocoforza terminati i tempi in cui i lavoratori potevano addirittura ardire – pur senza successo – di riunirsi in gruppo per tentare la via giudiziaria nel dolersi della applicazione volontaria ed unilaterale da parte del datore di lavoro, di un divieto generalizzato di fumare entro il perimetro dell’azienda (Sentenza Pretore di Santhià, 11 aprile 1986).

La concreta vigenza del divieto porta ad un complessivo miglioramento delle condizioni di lavoro, con la limitazione di un generico fattore di rischio che ha ricadute pratiche anche sul contenimento dei costi indiretti correlati alle perdite di produttività.

Sono ormai conoscenze acquisite e statisticamente verificate, tanto la capacità del fumo di tabacco di interagire e aumentare la pericolosità di altri agenti nocivi che possono essere presenti nell’ambiente di lavoro, quanto l’interazione dell’abitudine al fumo con la frequenza di incidenti sul lavoro e con l’aumento del rischio di assenza dei lavoratori per malattia. La concreta vigenza del divieto ha però anch’essa un costo. Impone infatti a chi ha la responsabilità della organizzazione aziendale e delle condizioni di sicurezza degli ambienti di lavoro, di “mettersi in regola”. La determinazione, nella pratica, di quali nuovi compiti debbano essere svolti, e da quali figure all’interno dell’azienda, abbisogna però di uno sforzo interpretativo per inquadrare il “nuovo” rischio tra le aree già oggetto di disciplina, ed individuare i soggetti responsabili dell’apprestamento di una adeguata tutela, in coerenza al sistema delineato dal Testo Unico in materia di Sicurezza sul Lavoro. Le principali norme di riferimento del D.Lgs. 81/2008 utili per inquadrare “oggetto”, e “soggetti”, del rischio e delle pertinenti misure di tutela, sono innanzitutto gli artt. 15 (Misure generali di tutela) e 28 (Oggetto della valutazione dei rischi). In aggiunta, la presenza di agenti chimici nelle sigarette comporta l’inclusione del fumo passivo nell’oggetto di disciplina del Titolo IX, Capo I del medesimo Testo Unico “Protezione da agenti chimici”, con particolare riferimento ai c.d. lavoratori “esposti”: quelli impiegati, o che debbano accedere per lavoro, nei luoghi riservati ai fumatori. È di recente pubblicazione (ottobre 2015) ad opera di Inail un vademecum che tratta da molteplici prospettive le relazioni tra fumo negli ambienti di lavoro, divieti, salute e prevenzione, un utile ausilio che si sforza di tradurre il generico dovere in una serie di prescrizioni con maggiore grado di specificità. Non è sufficiente purtroppo l’affissione di chiari cartelli e segnali sull’esistenza del divieto, che pure è un adempimento imprescindibile, ma che si inserisce in una più ampia attività di carattere informativo verso i lavoratori.

“Non è sufficiente purtroppo l’affissione di chiari cartelli e segnali sull’esistenza del divieto, che pure è un adempimento imprescindibile, ma che si inserisce in una più ampia attività di carattere informativo verso i lavoratori.”

Vediamo allora in concreto quali sono le misure di doverosa attuazione. Il datore di lavoro, in ovvia collaborazione con il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione, deve:

  • Posizionare idonea cartellonistica per fornire indicazioni chiare ed univoche del divieto di fumo nei locali chiusi non privati ai sensi dell’art. 51 della L. 3/2003.
  • Istituire la vigilanza sul rispetto del divieto, e curarne l’osservanza attuando interventi attivi di dissuasione nei confronti dei trasgressori.
  • Individuare e applicare le adeguate misure di prevenzione e di protezione ed elaborare il programma delle misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza degli esposti a fumo passivo.
  • Informare i lavoratori sui rischi per la sicurezza e la salute derivanti dal fumo di tabacco attivo e passivo, ed altresì sui rischi supplementari insorgenti con l’abitudine al fumo per i soggetti esposti ad agenti cancerogeni e/o mutageni (art. 239) e all’amianto (art. 257).
  • Informare sulle misure di prevenzione del fumo adottate nel luogo di lavoro e su quanto previsto dalla normativa vigente per la violazione del divieto di fumo, in collaborazione con il Medico Competente e il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza.
  • Informare sulle modalità efficaci per smettere di fumare, avvalendosi dei servizi competenti in materia (come raccomandato espressamente nell’art. 5 dell’Accordo Stato Regioni del 16 Dicembre 2004);
  • Valutare ed eventualmente inserire nel Documento Valutazione Rischi (DVR) l’esposizione al fumo passivo come esposizione ad agenti chimici pericolosi, per i lavoratori impiegati nei locali riservati ai fumatori;

Invece, pur senza esserne obbligato, può:

Elaborare una politica di gestione del fumo di tabacco in azienda coinvolgendo i lavoratori e le altre figure della prevenzione per la salute e sicurezza in azienda.

Istituire nella propria azienda i locali riservati ai fumatori (Circolare 17/12/2004 del Ministero della Salute – G.U. n. 300 del 23/12/2004), i quali dovranno però rispettare specifiche caratteristiche tecniche (cfr. D.P.C.M. 23/12/2003).

Infine deve evidenziarsi come l’interesse al rispetto del divieto sussista anche al fine di tutelarsi da eventuali rivalse da parte di tutti coloro che potrebbero instaurare azioni risarcitorie per danni alla salute causati dal fumo (un tale rischio è evidenziato dalla Circolare 17/12/2004 del Ministero della Salute – pubbl. G.U. n. 300 del 23/12/2004).

Infatti il non fumatore potrebbe dolersi dei danni arrecatigli dall’esposizione al fumo passivo altrui, in luoghi di lavoro nei quali a rigore il fumo non dovrebbe esserci.

In conclusione è possibile rassicurare circa il fatto che non risultano allo stato ancora incardinate cause risarcitorie per questo titolo nei confronti dei datori di lavoro, e che tutto sommato nemmeno i controlli dell’autorità sono poi così stringenti in materia.

Basti pensare che in svariati palazzi di giustizia – senza dubbio luoghi di lavoro oltre che chiaramente uffici pubblici – si trovino collocati, magari nei vani scale, dei comodi bidoncini con posacenere, sovente a pochi passi dai cartelli di divieto…

Sfugge in parte al descritto panorama la sigaretta elettronica.

Con la Legge n. 128 dell’8 novembre 2013, di conversione del decreto legge n. 104 recante “Misure urgenti in materia di Istruzione, Università e Ricerca” (c.d. “Decreto Istruzione”), è stato recentemente eliminato il divieto di utilizzo delle sigarette elettroniche nei luoghi pubblici.

Quasi contestualmente la Commissione per gli Interpelli del Ministero del Lavoro (art. 12, comma 2, D.Lgs. 81/2008), in risposta ad un quesito dell’Associazione Bancaria Italiana con l’Interpello n. 15/2013 del 24 ottobre 2013, ha precisato che, in mancanza di una specifica previsione normativa, non è applicabile alle sigarette elettroniche il divieto di fumo previsto dall’articolo 51 della legge n. 3/2003 a tutela della salute dei non fumatori.

“…l’interesse al rispetto del divieto sussista anche al fine di tutelarsi da eventuali rivalse da parte di tutti coloro che potrebbero instaurare azioni risarcitorie per danni alla salute causati dal fumo…”

Sul presupposto che le sigarette elettroniche si pongano fuori dal campo di applicazione della direttiva 2001/37/CE in materia di tabacco… in quanto non contenenti tabacco! (in analogia all’orientamento europeo esistente, richiamato anche dal parere n. 34955/CSC6 del 26/09/2012 dell’Istituto Superiore di Sanità).

Le sigarette elettroniche si possono dunque fumare anche sul posto di lavoro, solamente è necessaria una previa valutazione dei rischi, ai sensi delle normative vigenti, che tenga conto in particolare, del rischio a cui l’utilizzatore della sigaretta espone i colleghi, in ragione delle sostanze che possono essere inalate.

E allora il cerchio si chiude, lasciando però al datore di lavoro la libertà di vietare anche l’uso della sigaretta elettronica.